Il Coni ripesca il Rende, ma i dubbi rimangono. Quella volta che toccò al Catania…

 di Vittorio Galigani  articolo letto 9315 volte
Vittorio Galigani
© foto di Luigi Gasia/TuttoNocerina.com
Vittorio Galigani

Il verdetto del Collegio di garanzia del Coni ha ribaltato la decisione del Consiglio Federale che aveva rigettato la domanda di ripescaggio della Società del Rende Calcio. Una decisione che sconvolge procedure e regolamenti del sistema. La Federcalcio in accoglimento a tale decisione ha ammesso la società Rende 1968 al prossimo Campionato Serie C, con espressa riserva di impugnare la citata pronuncia innanzi al competente organo giurisdizionale e di adottare ogni ulteriore decisione all’esito del procedimento di impugnazione.

Nulla contro il club calabrese. Per carità. Ha il merito di essersi avvalso della splendida difesa elaborata da Eduardo Chiacchio e Michele Cozzone, due professionisti della materia. Forse i migliori sul territorio nazionale. Nulla neppure contro i tifosi del club biancorosso. Al di là delle capacità professionali del collegio dei difensori, permangono però dubbi generali sulla validità delle procedure adottate. Il Rende, per quanto risultava dai documenti, non poteva essere ripescato. Qualcosa potrebbe essere sfuggito dalle maglie dei controlli della Lega di Serie C. Da autorevoli fonti federali è trapelato che la perentorietà dei termini non sarebbe stata messa in discussione, ma gli elementi probatori per la dichiarazione di non validità delle fidejussioni sarebbero risultati carenti.

Di certo i primi contratti fideiussori depositati erano falsi. Soltanto i dirigenti del club ricorrente hanno però sporto denuncia/querela contro chi li aveva sottoscritti. La controparte no. Questa potrebbe essere stata un’altra pregiudiziale. Non resta che attendere la pubblicazione delle motivazioni.

Nel merito, la decisione assunta dal Collegio di Garanzia del Coni farà discutere a lungo. Anche in riferimento a precedenti storici sui quali il pronunciamento dei vertici dello sport italiano, su vicende analoghe, fu totalmente in contrasto con quello attuale.

Ricordo al proposito una pessima esperienza vissuta nell’estate del 1993. Quando il Catania venne estromesso dal calcio professionistico. Veramente una brutta storia. Il Coni di allora usò una misura. Quello attuale ne ha usata una totalmente diversa. La controversia fu risolta, alla maniera di Ponzio Pilato, dal giudici del Tar del Lazio.

Angelo Massimino, il presidente che ha scritto la storia del calcio sotto l’Etna, aveva scelto il sottoscritto quale il direttore sportivo del suo Catania ed Osvaldo Jaconi per allenarlo in C1. Venivamo entrambi da precedenti esperienze positive. Insieme avevamo già vinto a Fano.

Eravamo in ritiro a Rivisondoli il pomeriggio del 31 luglio. Trasecolammo quando arrivò in albergo la notizia della decisione, presa dal Consiglio Federale dell’epoca, che estrometteva il club etneo da tutti i campionati. Fu un fulmine a ciel sereno. Angelo Massimino godeva di una fiducia illimitata in tutto il mondo del calcio e non solo. Imprenditore nel ramo edilizio stimato e benvoluto da tutti. Il nostro presidente, fidandosi dei consigli dei suoi commercialisti, non aveva rispettato il termine del 31 luglio per depositare le garanzie richieste. Le consegnò con 48 ore di ritardo. In base alla legge pro terremoto disposta dal Governo, per la Regione Sicilia, riteneva di poter dilazionare i tempi del pagamento degli arretrati Irpef. Era stato, evidentemente, mal consigliato.

Massimino fece ricorso al Coni. La Giunta del Comitato Olimpico il 20 agosto, dopo nove ore di discussione, respinse l’istanza. Ricordo che, di sabato mattina, fece appositamente aprire la sede catanese del Banco di Sicilia prelevando, in contanti, 2 miliardi delle vecchie lire. Volammo in aereo su Roma. A nulla valse deporre quel denaro sul tavolo dell’aula consigliare del Coni, dinanzi all’allora presidente Mario Pescante. Rappresentavano una ulteriore garanzia. La disponibilità liquida per le fidejussioni garantite. Pescante non volle sapere nulla. Evidenziò che il parere della Covisoc era vincolante. Liquidò la pratica con una battuta infelice, invitando Massimino a riporre in borsa quelle mazzette di denaro ancora fascettate. Così, in bella vista, avrebbero potuto ingolosire qualcuno dei presenti.

Il mancato rispetto dei termini di tempo, vincolanti per presentare le garanzie economiche, costrinse Massimino a rivolgersi al Tar. I giudici amministrativi il 14 settembre, a campionato già iniziato, riammisero il Catania in C1. Riscrissero il calendario omologando i risultati degli incontri già disputati. Secondo il calendario della Figc si sarebbe dovuto giocare Avellino-Giarre, per il commissario ad acta nominato, Catania-Giarre. I giarresi decisero di tenersi alla larga dal Cibali e di fronte alle denunce del commissario venne deciso anche di rinviare Casarano-Giarre e Potenza-Nola. Il Tar le aveva sostituite con Casarano-Catania e Catania-Nola. Un vero e proprio papocchio.

Si diceva, allora, che non vi era conflitto tra giustizia sportiva e quella amministrativa. La Federcalcio aveva votato il provvedimento in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 91 sul professionismo. Legittimo comunque appellarsi al tribunale amministrativo ed obbligatorio attendere l’esito del ricorso al Consiglio della Giustizia Amministrativa.

Il 9 ottobre, con 11 giorni di anticipo sulla data stabilita,  i giudici amministrativi emisero il loro verdetto. Dettero un colpo alla botte ed uno al cerchio. In pratica se ne lavarono le mani. La radiazione del Catania era sì illegittima, competeva però alla Federcalcio stabilire in che categoria dovesse giocare. Il Consiglio Federale, di allora, sprofondò il Catania in Eccellenza. Esordì in campionato, davanti a 7 mila spettatori, il 4 novembre 1993, in notturna, pareggiando zero a zero contro il Paternò. Il sottoscritto ed Osvaldo Jaconi se ne erano già andati.

Angelo Massimino, uomo di una affidabilità indiscutibile, padrone di un patrimonio inestimabile, quello che aveva scritto la storia del calcio catanese, tanto soffrì per quella vicenda che ne fece una malattia.

Franco Proto, in accordo con il sindaco Bianco, portò a giocare al Cibali il Lentini (Atletico Leonzio), fresco vincitore del campionato di C2. Lo chiamò Atletico Catania. Si illudeva, in tal modo, di poter sostituire Massimino nel cuore dei tifosi. Fece inopinatamente indossare a quella squadra una casacca rossoazzura. Mai scelta fu più assurda. Mai condivisa ed accettata dai tifosi etnei.