Elezioni in Federcalcio, un monito al futuro presidente (Tavecchio?): nell’Italia dei campanili il calcio non va fatto “morire”…

 di Vittorio Galigani  articolo letto 1069 volte
© foto di Luigi Gasia/TuttoNocerina.com
Elezioni in  Federcalcio, un monito al futuro presidente (Tavecchio?): nell’Italia dei campanili il calcio non va fatto “morire”…

I “moti” dell’ultimo periodo inducono alla riflessione. Motivata dalla decisione politica di sopprimere la Fondazione ed affidare alla Figc l’amministrazione dei 120 milioni di euro derivanti dagli introiti dei diritti televisivi. Ero stato frettoloso nell’indicare in Malagò il possibile candidato, prossimo alla presidenza della Federcalcio voluto dalla governance politica. Il progetto sembrerebbe essere più articolato e lungimirante.

Gli schieramenti si starebbero delineando. Emergerebbe che lo stesso presidente del Coni sarebbe uno dei grandi sostenitori per la conferma, nella carica, di Carlo Tavecchio. Per riaffermare quella linea politica già conosciuta al quinto piano di via Allegri. Il riconoscimento a quella condotta dettata, neanche tanto sommessamente, da Claudio Lotito che tende a rimanere il “gestore” di tutte le iniziative intraprese dal “palazzo”. Più a tutela degli interessi della serie A che delle altre categorie.

Il distinguo diventa inevitabile.

Lo evidenzia il torpore delle azioni intraprese dalla attuale governance della federazione a favore del calcio italiano. La carente volontà di migliorare la qualità del prodotto e la superficialità dimostrata in più di un progetto. L’approccio e gli accordi spesso totalmente sbagliati con più partner. Ultimo degli esempi Intralot.

L’inevitabile distinguo. Appunto.

Il calcio italiano soffre la presenza di troppi calciatori stranieri. Anche nei settori giovanili. Per i nostri ragazzi diventa sempre più difficile trovare spazio per giocare. Ne subiscono le conseguenze tutte le nostre rappresentative. Dalla nazionale maggiore in giù. Da tempo immemorabile le squadre azzurre giovanili fanno soltanto recita da comparsa. Sulle molteplici iniziative riguardanti l’incentivo all’attività dei settori giovanili si predica bene, ma si razzola male.

Tutti i club, anche quelli della massima serie, si dibattono in elevate difficoltà economiche. Quello della Sampdoria e della polizza fideiussoria con la Gable di oltre 10 milioni di euro, per potersi iscrivere al campionato, è soltanto uno degli esempi più eclatanti. I “buchi” nei bilanci sono notevoli anche in altre Società di grandi tradizioni, ma dal blasone spesso offuscato.

Si gioca, in tutte le categorie, in  stadi obsoleti. In alcuni casi decrepiti. Il Crotone che per metà girone d’andata va in esilio a Pescara deve far riflettere. In questo modo si falsano anche i campionati. Si trascurano alcuni requisiti fondamentali per l’ospitality, i servizi ed il comfort. Tra i dilettanti è già capitato di vincere il proprio girone di serie D e poi dover rinunciare alla Lega Pro per carenze alle infrastrutture.

Sulla composizione degli organici dei campionati e sulla necessità della loro riforma si sono scritti fiumi di parole. Inutilmente. L’incongruenza di alcune decisioni si evidenzia proprio su questo argomento. Non si riesce mai di ragionare a sistema. Tutte le componenti convengono sul tema che tanti club, nel calcio professionistico italiano, non sono condivisibili. I ricavi che derivano dalla produzione dello spettacolo sono insufficienti a coprire le spese di gestione dei club. Su cento Società del professionismo se ne salvano solo un numero sparuto. Una delle industrie (quella del calcio) che  era considerata tra le più floride del panorama economico del Paese sta accusando perdite irrimediabili. Rischia il default.

Abbiamo “imparato” recentemente che si deve ostacolare la branca ritenuta avversa. In questo caso la Lega Pro, che attua una politica emergente. Concreta nei dettagli. Di grande condivisione tra governance e club. Si sono insinuati molteplici tentativi per ritardarne l’assemblea elettiva. Anziché collaborare, nel segno di quella tanto sbandierata sostenibilità, si bada alla tutela del proprio fondo schiena. Per interessi personali e di casta. Per la poltrona ed per il denaro. Ci si dimentica troppo facilmente che l’Italia è il Paese dei Campanili e che il calcio non è soltanto quello di serie A.

Quale la conclusione di questo lungo preambolo. 

Il presidente della Federcalcio ha degli obblighi istituzionali ai quali deve saper adempiere. Immancabilmente. Nel presente le carenze sono generali ed infinite. Carlo Tavecchio potrebbe anche essere identificato come il futuro candidato unico alla prossima tornata elettorale. Nulla da eccepire. Deve però presentare un programma consolidato. Alternativo. Un progetto industriale qualificato. Deve essere capace, nel prossimo quadriennio, di restituire credibilità al calcio nazionale. Dimostrare che ne ha le doti e la preparazione. Lui come colui (Lotito) che da sempre lo sostiene. Un compito che non ha(nno) assolto nel corso dell’attuale mandato.

La Lega Pro, che tra tutte è quella più penalizzata nei rapporti, non deve essere identificata, per quel 17 per cento che rappresenta in assemblea elettiva, come componente ostativa. Come un avversario da combattere. 

La riqualificazione posta in essere dalla governance Gravina va apprezzata. Non combattuta, appunto. Porta progetti innovativi ed immagine a tutto il sistema. Va eventualmente verificato, ragionando a sistema con i rappresentanti delle altre categorie, se sia più idoneo insistere (o meno) con il format attuale. Condividendo quel programma sulla sostenibilità che va discusso, perfezionato  e perseguito anche nelle due categorie maggiori. Perché le problematiche da risolvere sono uguali per tutti.  

Se sia anche giusta, infine, quella politica finanziaria che intende identificare la Lega Pro come categoria “sopportata”. Penalizzandola, nella ripartizione dei proventi, sottraendogli denaro in percentuale. Anche con il mancato rispetto degli accordi raggiunti e dei contratti sottoscritti.